Cinquecento metri

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Cinquecento metri. Tanta era la distanza che dovevo percorrere ogni giorno per andare da casa a scuola e da scuola a casa. Avevo dodici anni e pensavo di essere già abbastanza grande, mi sentivo un uomo pronto a diventare un aviatore. Sì, volevo volare, quello era il mio unico sogno e credevo che dimostrando di essere bravo a scuola i miei genitori mi avrebbero dato subito il permesso di pilotare un aereo. Loro però continuavano ad opporsi, a dire che ero ancora piccolo, che per diventare aviatore avrei dovuto studiare tanto e poi andare alla scuola di volo e studiare, ancora studiare.
Li detestavo ed è proprio a questo che stavo pensando quel lunedì di maggio mentre camminavo a testa bassa sul marciapiede, guardandomi la punta delle scarpe.
Ero a metà strada, presto sarei tornato a casa e avrei pranzato come tutti gli altri giorni. Mia madre mi avrebbe fatto trovare un piatto fumante di pasta sul tavolo della cucina e io avrei mangiato, anzi divorato tutto.
Quel giorno lì invece le cose andarono diversamente. Un rumore secco e fortissimo interruppe il flusso dei miei pensieri. Mi voltai verso sinistra e vidi che c’erano degli uomini che stavano lavorando a una nuova costruzione: “un palazzo di sette piani” mi aveva riferito mio padre.

Conoscevo quel cantiere, erano mesi che era stato aperto, così come diversi altri cantieri nelle vicinanze, ma ormai ci avevo fatto l’abitudine alla sua presenza e nemmeno ci facevo più caso quando ci passavo davanti. Non ci avrei fatto caso nemmeno quella volta se girandomi in direzione della fonte di quel rumore (che poi accertai essere una pesante asse in ferro che era stata lasciata cadere a terra) non avessi incrociato lo sguardo di Paolo, la sua faccia sporca sotto quel caschetto giallo evidenziatore.
Mi salutò con un cenno della mano. Io lo risalutai istintivamente e lui per tutta risposta, dopo aver posato uno strano attrezzo su un blocco di cemento, si avvicinò a me. Indossava una salopette blu, aveva dei guanti grigi e la pelle dorata.
Ci presentammo a vicenda, a dividerci c’era solo una rete verde. Io da un lato, lui dall’altro.

«Ciao, io sono Paolo» disse con tono amichevole. Dall’aspetto doveva avere più o meno quarant’anni.
«E io Matteo» risposi guardandolo con una punta di curiosità. Non so perché cominciai a parlarci, in altre circostanze me ne sarei filato dritto a casa e invece quel giorno no, mi misi a parlare con uno sconosciuto.
«Torni da scuola?» chiese gettando un’occhiata alle cinghie del mio zaino blu e nero .
«Sì».
Paolo si asciugò il sudore sulla fronte e si sfilò i guanti. Mi accorsi che aveva le mani massicce e le unghie molto corte.
«Beato te».
Beato me? Che significava? Io non ero affatto beato, io odiavo andare a scuola perché non volevo studiare, volevo  diventare subito un aviatore.
«Come beato me?».
«Sì beato te che vai ancora a scuola».
«La scuola non mi piace, io voglio fare l’aviatore ma i miei dicono che sono ancora troppo piccolo».

L’uomo sorrise mestamente e alzò la faccia verso il sole come a voler cercare qualcosa nel cielo.
Poi tornò a concentrarsi su di me.

«Davvero? Anche io volevo fare l’aviatore».
«Tu l’aviatore? Ma se costruisci i palazzi…» dissi guardando l’altissima gru e le impalcature alle sue spalle.
«Questo non significa che il mio sogno era costruire palazzi».
Mi rattristai, non riuscivo a capire come era possibile fare un lavoro che non sognavi di fare.
«E quindi non hai mai volato? Non hai mai portato un aereo in vita tua anche se sognavi di farlo?».
«No» rispose lui socchiudendo gli occhi fino a ridurli a una fessura, forse per trattenere una lacrima che si apprestava a scendere.
«Beh, mi dispiace per te… Io invece ci credo molto nel mio sogno e so che presto volerò in cielo e porterò gli aerei e tutti mi diranno che sono il numero uno».
«Bravo Matteo, credici sempre nei tuoi sogni. Ora devo andare. Mi ha fatto piacere parlare con te, avevo bisogno di scambiare due chiacchiere con qualcuno».
Gli sorrisi e lo salutai. «Se ci sei, ci vediamo domani mattina».
Paolo alzò le spalle. «E dove vuoi che vada? Credo che resterò a lavorare qui per un altro bel po’ di tempo».

Quando rientrai a casa mi sentivo strano, l’incontro con Paolo mi aveva devastato. Avevo paura che il mio sogno potesse andare in mille pezzi. Dissi a mia madre che non avevo fame e il piatto fumante di pasta rimase lì sul tavolo fino a freddarsi.
Per tutto il pomeriggio e per tutta la notte attesi con ansia l’incontro con Paolo. La mattina seguente mio padre si offrì di accompagnarmi a scuola ma dissi che sarei andato da solo, come sempre, tanto la scuola era vicinissima. Non volevo che i miei sapessero di Paolo. Uscii di casa ancora prima del solito, avevo bisogno di vedere il mio nuovo amico, volevo chiedergli per quale motivo era finito a costruire palazzi invece di diventare aviatore. Insomma, non bastava credere in un sogno per realizzarlo?

Quando arrivai alla rete mi fermai. Scrutai ogni angolo ma di Paolo non c’era nessuna traccia. Quel cantiere sembrava improvvisamente diventato un luogo deserto, un involucro di silenzio e assenze. Non solo non c’era Paolo, non c’era più nessuno. Guardai in ogni direzione. Mi accorsi di un nastro rosso e bianco che circondava l’intero cantiere ma lì per lì non ci badai più di tanto.
Stavo per andarmene sconsolato ma poi vidi una figura muoversi. Era un uomo alto e magro, con indosso un jeans e una maglia bianca aderente. Guardava in alto con le braccia sui fianchi, verso lo scheletro del palazzo, restando fuori dall’area delimitata dal nastro. Lo chiamai a gran voce. Mi vide e mi venne incontro.
«Sa dov’è Paolo? È più o meno alto così e sognava di fare l’aviatore» dissi. Era tutto quello che sapevo sul suo conto.
L’uomo mi guardò, aveva lo sguardo lucido. Sapeva benissimo di chi stavo parlando.
«Paolo non c’è più».
Sgranai gli occhi. «Come non c’è più? Ma mi aveva detto che oggi lo avrei trovato qui. Forse ha deciso di smettere di costruire palazzi? Forse è partito per andare a fare l’aviatore?».
«No, Paolo non era legato bene e… è volato via per sempre, da lassù» mi rispose indicando il punto più alto del palazzo in costruzione. Non riuscii a trattenere le lacrime. Paolo era morto cadendo nel vuoto. Era morto così, mentre faceva un lavoro che non aveva mai sognato di fare. Ripensandoci ricordai che il giorno prima, verso le quattro del pomeriggio, avevo sentito tantissime sirene della polizia e forse anche di qualche ambulanza ma non me ne ero interessato. Ero rimasto in camera mia, per la maggior parte del tempo disteso sul letto, a far volare il mio mini modellino di aereo in legno, a pensare e a ripensare al sogno di Paolo.

Piansi per tutto il giorno e piansi anche il giorno dopo. Continuai a pensare a Paolo per molto altro tempo. Un lunedì, mentre ripercorrevo i miei soliti cinquecento metri, il mio sguardo cadde su una nuvola in cielo. Era una nuvola bellissima, aveva la forma di un aeroplano. Pensai che lì sopra doveva esserci Paolo. Quello era un segno. Sapevo che mi stava salutando. Sorrisi alla nuvola, ingoiando lacrime. Non volevo che Paolo mi vedesse piangere, così asciugai il mio pianto silenzioso con un braccio. Salutai la nuvola prima di rientrare a casa. Quel giorno decisi che sarei diventato aviatore anche per Paolo. Visto che lui non era riuscito a realizzare il suo sogno, ci avrei pensato io a realizzarlo per lui.

Ora sono qui. Virata a destra, virata a sinistra. Discesa e risalita. Il mio superiore che mi impartisce istruzioni e io che volo, volo pensando a Paolo, volo sorridendo. Il nostro sogno è finalmente diventato realtà.

Sabrina Ferri

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