Il profumo della vecchiaia

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Ho sempre detestato i vecchi. I loro capelli sbiaditi, le loro mani tremanti, le loro rughe e soprattutto il loro sgradevole odore. Sì, quell’orribile e inconfondibile tanfo che sa di marciume, di abbandono e di rassegnazione. Forse è per questo che ho sposato quel folle di Giovanni ben oltre cinquanta anni fa. Aveva il cuore malato ed ero certa che non avrei mai dovuto soffrire nel vederlo diventare vecchio, nell’osservare la sua pelle liscia mutare in una maschera rattrappita, nel vedere il suo corpo chinarsi sempre più su se stesso. Pensavo che sarebbe salito in cielo, accanto al Padre Eterno, ancor prima che i suoi capelli iniziassero a ingrigire. Ma mi sbagliavo. Quella testa dura non si decide a morire e oggi è ancora qui, più vecchio e puzzolente che mai.

«Rosy, dove hai messo le pasticche per la pressione?» urla con la sua voce gracchiante dalla cucina.
Alzo gli occhi al cielo e lo raggiungo. Lo trovo rannicchiato accanto alla lavatrice ancora con quel lurido pigiama a righe che indossa da oltre una settimana. Sono otto giorni che non mette il naso fuori casa solo perché il dottore si è raccomandato di non uscire nelle ore più calde della giornata.
«Che stai facendo? Le pasticche le metti sempre qui, nello scaffale dei biscotti, vecchio che non sei altro» borbotto aprendo l’anta. Ma, con mia grande sorpresa, le pasticche non sono al loro solito posto.
«Mi sembrava di aver visto qualcosa nella lavatrice. Veramente le pasticche sono qui e non ce le ho messe io. Dimmi un po’, avevi intenzione anche di appenderle con le mollette e stirarle?» domanda. Sgrano gli occhi, un tuffo al cuore mi toglie il respiro.
Giovanni sogghigna mostrando la dentiera.
«A quanto pare stai diventando vecchia anche tu, cara mia».

Si avvicina trascinandosi ingobbito nella ciabatte. I suoi occhi azzurri e infestati dalle rughe si piantano nei miei. Mi scosta una ciocca di capelli dal viso. Vuole baciarmi. Pensa che un bacio basti a scacciare via ogni cosa. In fondo, la memoria che comincia a dare i suoi primi segni di cedimento è per lui una cosa di poco conto, una cosa divertente di cui sorridere.
«Non avvicinarti. Non è possibile. L’altro giorno le camicie nel freezer, il mese scorso il detersivo al posto dell’aceto… Non può essere, io…sei stato tu! Vuoi farmi credere che sono diventata pazza per potermi rinchiudere in qualche squallida casa di cura. Dillo che ti sei stancato di me». La rabbia mi esplode in petto. Corro a chiudermi in bagno mentre le lacrime pizzicano sulle guance. Mi avvicino al lavandino e, per la prima volta, alzo il volto verso lo specchio e mi guardo davvero.

Un’immagine diversa si materializza di fronte ai miei occhi. Ho passato tutta la vita a criticare i vecchi ma non mi sono resa conto che, alla fine, sono diventata vecchia anche io. Mi guardo intensamente e a colpirmi non sono i capelli bianchi o le macchie brune sul viso, ma lo sguardo perduto. Povera donna, non sa più chi è. Anzi, adesso lo sa. Credeva di poter sfuggire alla vecchiaia ingannando il tempo ma non sapeva che la vecchiaia è inevitabile e che il tempo passa, sempre e comunque, contro ogni aspettativa e contro ogni volontà.
Respiro a fondo. Penso che ormai è inutile piangere. Mi asciugo le lacrime con i polpastrelli e apro l’armadietto dei medicinali. Lo trovo lì, immacolato come il giorno che Giovanni me lo regalò in occasione del nostro venticinquesimo anniversario. Me ne verso qualche goccia sul collo e qualcun’altra sui polsi, poi sorrido alla nuova me. E’ la prima volta che metto del profumo.
«Stai bene?» mi domanda Giovanni appena esco dal bagno e mi precipito tra le sue braccia. «Cos’è questo profumo?» aggiunge con una punta di curiosità.
«Dovresti conoscerlo. Me lo hai regalato tu un po’ di anni fa».
«E perché lo hai messo solo adesso?».
«Perché non voglio che la gente pensi che faccio parte dei vecchi puzzolenti. Sono vecchia, è vero, ma perlomeno voglio che la mia vecchiaia sia profumata».
«Sei tutta matta» esclama Giovanni stampandomi un bacio sulle labbra.
«Se è vero che non possiamo fermare il tempo, almeno però possiamo viverlo».
«In che senso?».
«Ti va stasera di andare a ballare?» domando sorridendo.
«Tango?».
«No, quello è un ballo da vecchi. Veramente pensavo di andare in discoteca e fare le quattro del mattino».
«Discoteca???» Giovanni mi guarda sbalordito prima di perdere i sensi per un istante.
«Forse sarà meglio guardare un film alla tv» dico mentre aiuto Giovanni a distendersi sul letto.
Lui alza appena la testa e mi guarda con lo sguardo da rimbecillito: «Come due vecchi?».
«No, come due giovani innamorati».

Sabrina Ferri

Racconto vincitore del concorso letterario “Una donna nel ricordo”

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