Gli occhiali della bellezza

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La chiamavano Bisonte. A quel nome ci aveva talmente fatto l’abitudine che anche lei si era convinta di chiamarsi così. Bisonte aveva tredici anni, era paffutella e il suo viso era ricoperto di lentiggini. Indossava tute molto larghe che le permettevano di coprire quel corpo di cui si vergognava terribilmente. Bisonte faceva tutto quello che i compagni di classe le chiedevano di fare: “Bisonte cammina a quattro zampe” e lei camminava a quattro zampe. “Bisonte datti uno schiaffo ” e lei si dava uno schiaffo. “Bisonte dai un bacio alla mia scarpa” e lei si inginocchiava e baciava una scarpa. Non aveva mai reagito, non si era mai ribellata, credeva che tutto quello che le dicevano e che le facevano fosse normale. Dopotutto, da che ne aveva ricordo, era sempre stata presa in giro. Goffaggine e timidezza l’avevano resa un bersaglio facile.

Un giorno, all’uscita da scuola, Bisonte venne aggredita. Qualcuno le tappò gli occhi e qualcun altro le sferrò calci e pugni. 
“Vediamo se sei forte come un bisonte” le dissero quelli ridendo. 
Bisonte incassò ogni colpo in silenzio, cadde a terra mentre le lacrime le rigavano il volto.
Quando ebbero finito lei si rialzò e si incamminò verso casa a testa bassa. Aveva le vertigini, un’ondata di brividi le attraversò la spina dorsale. 
“Ti ho preparato la pasta” disse sua madre sentendo sbattere la porta di casa. 
“Non ho fame” rispose Bisonte prima di chiudersi in bagno. Di quello che le avevano fatto non ne parlò con nessuno. I lividi sarebbero rimasti ben coperti sotto la felpa e sotto i pantaloni. Ci avrebbe pensato il tempo a farli sparire come per magia.

Nei giorni successivi Bisonte smise di mangiare. Iniziò ad essere disgustata dal cibo. Si fissava nello specchio e vedeva un mostro. Si odiava. Quando sua madre le diceva che era pronto il pranzo o la cena lei si sedeva a tavola, stava seduta per un po’ a sminuzzare il cibo e poi se ne tornava in camera sua senza aver toccato quasi nulla.
Nel giro di appena qualche mese Bisonte diventò magra come un ramoscello. Era davvero magrissima. I suoi compagni di classe smisero di chiamarla Bisonte ma ormai Bisonte si sentiva come l’avevano sempre fatta sentire, una ragazza brutta e grassa. Continuò a vedersi grassa anche quando arrivò a pesare trentotto chili.

Poi, un lunedì, le si avvicinò Mirko. Mirko era un tipo taciturno, alto, con i capelli ricci. 
Si sedette vicino a lei, occupando quel posto vuoto che mai nessuno aveva voluto occupare. 
“Ti dispiace se mi metto al banco con te?”. 
“Davvero vuoi stare vicino a Bisonte?”. 
“Smettila, tu non sei Bisonte, tu sei Maria!” disse lui con le lacrime agli occhi. Le prese una mano, accorgendosi di quanto fosse fragile quella mano. La strinse a sé. 
“Maria, tu sei Maria, e sei bellissima” gridò.
Lei sentì un tuffo al cuore. Improvvisamente le tornò in mente una Maria bambina che danzava per il salotto dicendo di essere la ballerina più brava e più bella del pianeta. Il suo sguardo ricadde sulle sue gambe piccole piccole e si accorse per la prima volta di come era cambiata. Dove era finita la Maria sognatrice? 
“Lo pensi davvero?”. 
“Certo che lo penso. L’ho sempre pensato. Sei bellissima Maria. Ti prego, devi ricominciare a mangiare. Se non vuoi farlo per te, fallo per me”. 
Maria abbracciò Mirko e pianse a lungo su una sua spalla. Quando rientrò a casa si guardò di nuovo allo specchio. Fissando le sue guance scavate e gli occhi cerchiati di nero, sorrise. In quel sorriso c’era tutta la sua voglia di ricominciare. Certo non sarebbe stato facile ma lei ce l’avrebbe messa tutta. A lungo aveva smesso di amarsi, anzi in realtà non sapeva se si fosse mai amata veramente. Maria decise che era arrivato il momento di sotterrare Bisonte in un angolo dell’anima e di essere Maria, semplicemente Maria, quella Maria bellissima che Mirko aveva visto in lei. 
Una mattina Mirko porse a Maria un regalo. Era impacchettato bene, con una carta azzurra e un fiocco argentato.
“Cos’è?” chiese Maria.
“Aprilo”. 
Maria aprì e si ritrovò tra le mani un paio di occhiali con le lenti trasparenti.
“Occhiali? Ma io ci vedo benissimo”. 
“Non sono occhiali normali, questi sono gli occhiali della bellezza”. 
“Cioè?”.
“Portali sempre con te. Così ogni volta che dimenticherai di quanto sei bella potrai indossarli davanti a uno specchio e guardarti meglio, vedere che sei bella fuori e bella dentro”. 
Maria sorrise. Erano occhiali normalissimi ma a quegli occhiali Mirko aveva dato un valore speciale. Li strinse al petto delicatamente. I suoi occhiali della bellezza li avrebbe tenuti con sé per tutto il resto della sua vita.

(Sabrina Ferri)

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