Tutti guardano i signori Strani

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La mia famiglia è strana, lo dicono tutti. A dire il vero nel nostro palazzo ci conoscono proprio come i signori Strani. Che poi mio padre faccia di cognome Strani è solo una coincidenza come un’altra. In verità so che quando ci chiamano così si riferiscono più all’aggettivo che al cognome. Perché siamo strani? Beh, non è facile da spiegare ma ci proverò lo stesso. Ho otto anni, mi chiamo Lorenzo ma in una vita precedente probabilmente il mio nome non era affatto questo. La mamma mi ha raccontato che sono nato in Africa e infatti ho la pelle più scura della cenere, le labbra grandi, gli occhi neri e immensi. Non ho mai conosciuto i miei veri genitori e nessuno mi ha mai detto che fine abbiano fatto. Mia madre è venuta a prendermi quando ero ancora in fasce e mi ha portato con sé in Italia, dopo essersi affidata ad un’agenzia di adozioni. Lei ha una strana malattia che non le permette di avere dei bambini suoi, per questo ha scelto la via dell’adozione, e questo è anche il motivo per cui io sono qui attualmente. Ora penserete che mia madre è italiana, ma non è così. È tedesca ma ha sposato un italiano, romano per essere precisi, e da allora è diventata italiana pure lei. Sarebbe logico adesso credere che mio padre abbia un fratello romano, come lui, ma mio zio Davide è nato a Napoli e vive lì. Ogni tanto ci viene a trovare e ci presenta una delle sue donne. Ne cambia una a settimana e sono tutte russe. Ci sono poi i nonni materni che vivono stabilmente in Germania e che avrò visto sì e no due volte in tutta la mia vita. Nonna Chiara, la madre di mio padre, è morta diverso tempo fa, quando io ancora dovevo nascere. Suo marito, nonno Lorenzo, che non a caso si chiama come me, è un nonno fuori dal comune. Con lui ci passo un sacco di tempo e mi diverto da pazzi a starci insieme. Oggi è venuto a prendermi a scuola e ci siamo seduti su una panchina per fare una breve sosta prima di rientrare a casa.

«Nonno, perché siamo strani?» gli domando lasciando dondolare i piedi a mezz’aria, con lo zainetto ancora in spalla adagiato allo schienale della panchina.

«Non scegliamo come chiamarci. È il nostro nome, lo sai».

«Non intendevo in quel senso. Intendo perché la gente pensa che siamo strani».

Il nonno sorride. Ha la faccia piena di macchie brune e la bocca rugosa.

«La gente crede che noi siamo strani perché abbiamo una famiglia mista, con culture e nazionalità differenti. Tuttavia, piccolo, non siamo noi ad essere strani, ma gli altri».

«Si però gli altri non hanno dei genitori di nazionalità diverse, gli altri non sono stati adottati, gli altri hanno la pelle bianca come te». Sento gli occhi pizzicare. Non so perché ma avverto un tuffo al cuore. Vorrei confessare a nonno che stamattina un ragazzino in classe ha detto che se sei negro e fai di cognome Strani allora sei uno sfigato.

«Lorenzino, devi smetterla di pensare a queste cose. Tu sei uguale a tutti gli altri, non hai niente di meno e niente di più. Sei uguale a loro» mi dice. Abbasso lo sguardo. Nonno si avvicina e mi cinge le spalle con un braccio. Poi mi afferra una mano facendo sì che le nostra dita si possano incrociare.

«Cosa vedi?».

«Due colori diversi. Bianco e nero» rispondo prontamente.

«Quante dita ci sono in questa stretta di mano?».

«Direi… Cinque nella mia mano e cinque nella tua. Dieci dita in tutto».

«E quindi non sono uguali?».

«No, cambia il colore» affermo con tono sostenuto.

Il nonno sospira e mi invita a perdermi nei suoi occhi color cielo. «Lorenzino, ricorda sempre una cosa. Non è mai il colore o l’aspetto a fare grande una persona. Io e te siamo uguali. Abbiamo due braccia, due gambe, due mani e un cuore. Non permettere mai a nessuno di farti sentire diverso. Mai». Scoppio a piangere e sfogo tutto il pianto sulle ginocchia del nonno. Nonno mi conforta, mi accarezza i riccioli indomabili. Passa qualche minuto prima che decida di asciugarmi il volto.

«Hai ragione nonno, siamo uguali, abbiamo anche lo stesso nome e cognome» dico sorridendo. Nonno e io ci abbracciamo forte prima di riprendere la strada di casa. Quando suono il campanello sono carico di belle emozioni. Viene la mamma ad aprire, papà è come sempre al lavoro.

«Ciao amore» mi dice stampandomi un bacio sulla guancia. La saluto ma appena entro noto subito una donna estranea seduta in cucina. Ha il mio stesso colore di pelle. Nonno chiude la porta e si precipita a presentarsi. Sembra incantato. Anche io mi presento e devo dire che questa donna è davvero una donna bellissima. Occhi nerissimi, fisico asciutto e una fascia verde piantata tra i capelli.

«Lei è la nuova colf. Mi aiuterà in casa con le pulizie e tutto il resto. Di là c’è sua figlia, oggi non poteva lasciarla a nessuno e le ho detto di portarla. Vai a conoscerla, Lorenzo. Sta giocando in camera tua». Mi precipito in camera, nella mia piccola stanza. Lei è di spalle, ha un vestito confetto e delle calze bianche. Sta giocando con le mie macchinine. «Ciao» le dico. Si volta e mi guarda con i suoi occhi di un colore strano tra il grigio e il viola. Le sorrido. Ha la pelle bianca come il latte ed io sono già innamorato di lei.

Sabrina Ferri

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